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La quarta rivoluzione industriale è ormai una realtà. La sua velocità di propagazione e la teorizzata evoluzione esponenziale del mondo in cui viviamo pongono interrogativi esistenziali completamente nuovi – alle aziende, agli enti governativi e non, ai singoli individui. I robot prenderanno il posto di lavoratori in carne e ossa? La convergenza tra mondo fisico e digitale metterà a repentaglio l’autenticità della nostra sensibilità umana? La fame e la povertà saranno finalmente spazzate via o le disuguaglianze diventeranno sempre più esasperate? Quali nuove minacce alla sicurezza dei popoli dovranno affrontare i governi? 

In questo contesto, sarebbe importante avviare una riflessione etica sul ruolo della comunicazione. La comunicazione corporate, nel suo piccolo, può infatti evolvere e forse persino dare un contributo al progresso della società umana. Perché le organizzazioni di individui – pubbliche, private, ibride, condivise e anche quelle per cui non esiste ancora un modello di riferimento –  si stanno progressivamente rendendo conto che per emergere devono affermare la propria esistenza nel mondo in modo credibile e responsabile.

Le prime tre rivoluzioni industriali hanno creato un sistema in cui il benessere aumenta al crescere della produttività (in realtà, una semplificazione a dir poco eccessiva). Con la quarta rivoluzione industriale, la tecnologia riduce drasticamente i livelli di intermediazione (influencer, attenti) e democratizza il mercato dell’informazione. Come in un organismo vivente, la società genera meccanismi di auto-controllo che verificano l’affidabilità e la compatibilità di ogni elemento con l’ambiente in cui è inserito. Tutti i soggetti diventano sempre più esposti al giudizio del mondo esterno. La verità è rivelata in tempo reale, gli inganni vengono facilmente smascherati. Le organizzazioni avvertono quindi la pressante necessità di adottare comportamenti virtuosi, mostrarsi portatori di valori positivi, per essere riconoscibili e apprezzati all’interno complesso sistema di relazioni fisiche e virtuali di cui fanno parte.

Ogni organizzazione oggi ha l’opportunità ma anche l’onere di raccontare se stessa ai propri interlocutori, interni ed esterni, secondo i nuovi paradigmiTwitter , i nuovi canali e i nuovi codici linguistici propri degli ecosistemi che integrano il mondo fisico e quello virtuale. La reputazione è un fenomeno evolutivo, si costruisce nel tempo. Richiede impegni concreti, disponibilità al sacrificio, visione di lungo termine. Le grandi novità del nostro tempo ci danno l’occasione per riflettere su come migliorare la gestione di questo processo, ripartendo dai capisaldi della buona comunicazione e introiettando le dinamiche dell’epoca contemporanea:

  1.  Ascoltare il mondo che ci circonda. Uscire dall’autoreferenzialità, incorporare punti di vista differenti, ricercare l’arricchimento che nasce dall’incontro con culture differenti.
  2. Interrogarsi e rispondere sinceramente alla domanda: perché esiste la nostra organizzazione? Qual è il suo significato, il contributo che offre al mondo?
  3. Comunicare la risposta attraverso messaggi e canali adatti a raggiungere efficacemente gli altri attori del sistema di relazioni in cui la nostra organizzazione è inserita.
  4. Tornare al punto 1.

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