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Quante volte vi siete ritrovati in spiacevoli situazioni per aver male interpretato il tono di una comunicazione scritta a voi indirizzata? Credo di conoscere la risposta.

“Verba volant, scripta manent” diceva Caio Tito e, a meno che non siate chiari e lapidari come lui, il tono con cui ci si esprime può essere oggetto di fraintendimento.

Questa situazione è amplificata soprattutto sui media digitali dove oggigiorno si usa esprimersi in modo più che colloquiale. E non solo tra persone, considerato che i social network hanno azzerato, ormai quasi del tutto, la distanza che esisteva tra l’azienda e il consumatore.

La definizione del Tone of Voice diviene quindi non solo un tassello ma un passaggio obbligato all’interno di una content strategy aziendale efficace e soprattutto opportuna, in linea con i valori del brand e gli obiettivi di comunicazione. Questo discorso è valido per la comunicazione consumer così come per la comunicazione corporate. E difatti:

“It’s not what you say it, but it’s how you say it”Twitter

Lo stesso messaggio, scritto in modo diverso, assume un significato diverso (può sembrare banale, ma non lo è). E può avere una migliore o peggiore presa su quello che è il vostro target: una comunicazione calda e coinvolgente, al contrario che distaccata e impersonale, non farà altro che stimolare l’interazione con la vostra community e migliorare la percezione che si ha di voi.

E mi rendo conto che possa risultare difficile, oltre che fastidioso, quando si hanno solo 140 caratteri a disposizione. È uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo!

Va da sé che la comunicazione corporate debba essere istituzionale e quindi fredda e impersonale. FALSO! (in questo caso starei urlando, quindi attenzione con l’utilizzo delle lettere in stampatello).

Nell’era del “tweettiamo/condividiamo/commentiamo compulsivo” l’azienda deve umanizzarsi e scendere dal regno degli dèi verso i comuni mortali che, grazie ai social network, possono ora relazionarsi direttamente con voi.

Umanizzare l’azienda quindi ma non solo: creare empatia con la community (che già vi segue e vi ama incondizionatamente solo perché siete voi) e con i potenziali follower.

Non ne va solo della vostra credibilità, ne va della vostra reputazione presso tutti gli stakeholder – istituzioni, partner, influencer, investitori – e vi assicuro che sono online, tutti!

Ricordate quindi che online, soprattuto sui social media, lo screenshot dei vostri errori è dietro l’angolo, anzi dietro uno schermo. E che la comunicazione corporate non passa più solo unicamente dal sito aziendale o da LinkedIn, social network B2B per eccellenza. Le strategie di comunicazione tendono a integrare sempre più canali che possono attrarre l’interesse di chiunque, e creare il fil rouge dello storytelling aziendale.

Quindi, reinterpretando il buon Philip Kotler “The art of communication is the art of brand building”.

Buon lavoro!

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