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Lo stato di salute dei social nel mondo

Alla vigilia del primo trimestre del nuovo anno, è opportuno muovere alcune considerazioni sullo stato di salute dei social. Lo scenario con cui anche le aziende si trovano a fare i conti vede più di una persona su due navigare in rete (4 miliardi di utenti a fronte di una popolazione mondiale stimata a gennaio 2018 a 7 miliardi e 600 mila individui) e 250 milioni di nuovi ospiti della rete apparsi nel corso del 2017, mentre gli iscritti ad almeno un social network sono 3 miliardi e 196 milioni.
Ad aumentare non è tuttavia stato solo il numero degli ospiti della rete, ma anche la profondità di tale presenza: secondo i dati riportati dal We Are Social-Hootsuite Report 2018, l’utente medio trascorre 6 ore al giorno usando internet – un quarto della propria giornata, un terzo della vita vigile.
Per comprendere le proporzioni di questa nuova rivoluzione, i 4 miliardi di paladini della rete trascorreranno online l’equivalente di un miliardo di anni.
In questo contesto, ragionando sul tempo speso quotidianamente sui social media, l’Italia si colloca al ventinovesimo posto (1 ora e 53 minuti al giorno) pari merito con Nuova Zelanda, prima di Canada (1 h 48 min) e appena dopo Regno Unito (1 h e 54 min).
Se si pensa che si registrano 11 nuovi account al secondo, è facile comprendere come i social non siano più una nuova frontiera, ma un passo obbligato per qualunque azienda che voglia promuovere e promuoversi.

 

Facebook medaglia d’oro

Non stupisce che Facebook abbia vinto la medaglia d’oro di presenze, nonostante il tanto chiacchierato cambio di algoritmo dello scorso 12 gennaio, che favorisce post, foto e video di amici e famigliari a scapito di contenuti di aziende ed editori (dai post sponsorizzati alle notizie pubblicate dalle fan page). Un vero e proprio pasticcio per gli investitori, un fenomeno estremamente interessante per altri, questa nuova veste di Facebook, che conferma come i social non siano luoghi ma modalità di interazione: Edgerank crea “tribù” di utenti sempre più chiuse e aliene a notizie e stimoli esterni da quelli che una formula riconosce come “di nostro interesse”.
Il cambio di rotta, motivato da Zuckeberg come un modo per aiutarci a “dare importanza a chi davvero conta nel nostro quotidiano”, appare ad altri come la conseguenza della perdita di 50 milioni di ore al giorno di permanenza. Negli ultimi tre mesi del 2017 infatti, secondo il report finanziario rilasciato da Menlo Park relativo all’ultimo trimestre dello scorso anno, gli utenti statunitensi e canadesi in primis hanno trascorso meno tempo su Facebook in favore di nuove piattaforme come Musical.ly o Instagram (sempre di proprietà di Fb). Non bisogna però dimenticare che il 2017 ha visto Facebook protagonista di varie polemiche, forse alla base di questa contrazione, dalla sicurezza alle fake news – non a caso negli ultimi giorni FB ha avviato su varie testate nazionali campagne di sensibilizzazione a tema –, senza dimenticare le elezioni americane e il Russiagate.
Gli utenti che hanno trascorso meno tempo sul Social Network per eccellenza andrebbero cercati nel primo cluster di riferimento, il gruppo 25-34 anni – nonostante gli over 65 siano aumentati nel 2017 del 20%, e il numero dei teenager fra i 13 e 17 anni del 5%. Al secondo posto fra i social più usati del pianeta si trova YouTube, seguito da WhatsApp -, che pochi giorni dopo il cambio di algoritmo di FB ha annunciato – fatalità? – una veste business per le aziende -, e Facebook Messenger, i cui utenti sono cresciuti nell’ultimo anno del 30%.
Nonostante i numeri impressionanti delle applicazioni di casa Facebook – si calcola che siano solo 25 i paesi in cui un’applicazione non-facebook è fra le top-used –, Instagram si distingue per una crescita portentosa, aumentando di un terzo il numero degli utenti globali. Se Facebook è il social Millenial per eccellenza, Instagram è favorito dalla generazione Z (18-24 anni), in una corsa verso l’aggiornamento che le ha reso possibile la programmazione di contenuti al pari di Facebook.

 

Oltre il Grande Pollice

Nemmeno i processi di selezione e di talent acquisition sono immuni al cambio dei mercati e della struttura (sempre più liquida): vince chi si mostra più accurato e veloce nel trovare il candidato giusto, come mostrato dalla ricerca “Global Recruiting Trends”, realizzata da Linkedln, il social professionale più grande al mondo.
Nella Talent Acquisition sui social che viene condotta dalle aziende, i trend che fanno e faranno la differenze nei prossimi anni sono: diversity inclusion (78%), nuovi strumenti di ricerca e selezione (56%), uso degli analytics (50%) e intelligenza artificiale (35%).
Nuova tendenza (almeno in Italia) nel panorama del social declinato al lavoro è Glassdoor – portale che consente a dipendenti ed ex dipendenti di lasciare recensioni sull’azienda –, il cui successo fu dovuto a Facebook, che si fece promotore e veicolo di questa nuova tendenza, rendendo possibile in pochi click accedere al nuovo social.
Il mondo social non conosce limiti né confini, Wikipedia conta ben 206 Social Network, che vanno da Academia.eu a Zoo.gr, lista in cui sono inclusi social generici e specifici come piattaforme per amanti di e-book (Wattpad) o aggreganti per madri (CafeMom).
In numeri invece, secondo i dati di We are social, la crescita italiana è del 10%, mentre si registrano picchi vertiginosi in alcuni paesi come la Cina, con ben 84 nuovi milioni di iscritti.

 

Outlook per l’anno nuovo

Le prospettive future di Facebook, le cui parabole sono, in vitro, quelle che seguirà negli anni a venire la stragrande maggioranza dei social, punteranno su verso il video e la musica. Sempre maggiori investimenti sono stati fatti dal Grande Pollice su questo fronte, tanto che recentemente Zuckerberg ha siglato un accordo con Universal e Sony, cui ne seguirebbe una con Warner, per consentire ai suoi 2,1 miliardi utenti di pubblicare e condividere musiche altrimenti coperte da copyright. Il 34enne fuori classe di Harvard detiene, assieme a Larry Page, cofondatore di Google con Sergey Brin, il 65% del mercato commerciale della pubblicità, un mercato che solo negli Stati Uniti d’America vale 85 miliardi di dollari. Contro questo duopolio detenuto dal motore di ricerca e da Facebook, si sta muovendo Amazon, aiutato da centri media mondiali (come Publicis e Omnicom) e aziende a scardinare questo potere. Oltre a questo, il rapporto fra Facebook e la pubblicità è stato oggetto di discussione, oltre che da un punto di vista quantitativo, anche da un punto di vista qualitativo. A dare il “la” alla discussione è stata Unilever, azienda al mondo seconda soltanto a Unilever per investimenti pubblicitari online che nella persona di Keith Weed, capo del marketing, in occasione dell’Interactive Advertising Bureau, summit annuale della comunicazione digitale, ha affermato che la società “non ha intenzione di investire in piattaforme che non proteggono i nostri bambini, che creano divisioni nella società e promuovono rabbia e odio”.

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